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Inizio del percorso “A scuola di pace” e feedback sulla visione di “Norimberga”

Ilaria Lecis

Ho scoperto del progetto intitolato “A scuola di pace” un pomeriggio qualunque, quando mi è arrivata una comunicazione sul registro. Il nome del progetto mi ha ispirato molto, allora ho deciso di approfondire la faccenda, andando a leggere una piccola descrizione del corso, e già la prima frase mi ha incoraggiato a partecipare: “Questo corso nasce per chi non vuole restare ad aspettare”.

Personalmente ho sempre adorato l’argomento della pace, anche se ne siamo lontani; nonostante ciò, ci sono moltissime persone che ancora ci credono e a volte, anche se non si vede, non aspettano altro che avere un’occasione per dire la loro. Io ho pensato che questa fosse la mia occasione: per dire la mia, imparare qualcosa di nuovo, di positivo, visto che al telegiornale parlano solo di brutte notizie.

L’introduzione al corso continuava con un’altra frase che mi ha colpito molto: “La pace non è una parola ma una scelta da vivere”.

Riflettendoci bene, queste parole sono importantissime ed è proprio vero: non si può nominare la pace senza poi fare qualcosa nel proprio piccolo, ad esempio partecipare a percorsi come questo o andare alla marcia della pace e ascoltare altre esperienze al di fuori del nostro piccolo paese. È difficile a volte partecipare apertamente, perché magari si possono avere delle paure o delle incertezze o semplicemente è più facile andare avanti nella propria vita e non guardare con gli occhi aperti quello che sta accadendo; ed è in questo momento che si ha bisogno di persone che incoraggino a fare la propria parte. Avere un’occasione come la “Scuola di pace” era per me un primo passo per partecipare apertamente a qualcosa di diverso dal solito, con altri ragazzi che ti ascoltano e, viceversa, tu puoi ascoltare, creando così un confronto di idee con persone che come te vogliono trasformare la pace in una scelta da vivere.

La prima attività a cui ho partecipato insieme a questo progetto è stata trascorrere una mattinata al cinema per vedere un film intitolato “Norimberga”.

Non era la prima volta che lo sentivo nominare: avevo già sentito parlare del famoso “Processo di Norimberga”, anche se, a dire la verità, non ne sapevo granché. Allora, prima di andare a vedere il film, ho deciso di fare un paio di ricerche e così ho scoperto del processo che avrebbe potuto cambiare il mondo. Sinceramente, per quanto potesse interessarmi l’argomento, pensavo che il film sarebbe stato un documentario e invece è stato tutto il contrario: il film mi ha catturato e mi ha fatto osservare qualcosa di molto diverso da quello a cui ero abituata.

Il film mi ha fatto osservare non come i Nazisti uccisero gli ebrei, che poi furono liberati, ma ha raccontato tutto quello che avvenne dopo: come a tutti i generali dell’esercito e ai successori di Hitler fu concesso un processo che nessuno avrebbe voluto concedere loro, nessuno a parte Robert H. Jackson, che lottò per permettere loro un processo, per concedere loro una seconda occasione, nonostante non avessero dato alcuna possibilità di vita a 6 milioni di persone.

In seguito, il film ha raccontato di come il dottor Douglas Kelley guidò, osservò e ascoltò alcune delle persone più pericolose del mondo; in particolare, conobbe e fece addirittura amicizia con il successore nonché carissimo amico di Adolf Hitler: Hermann Göring.

Il film per lo più si è concentrato su come Douglas Kelley interagì con Göring e su come, per quante cose malvagie e oscene avesse fatto, fosse una persona anche lui e, come chiunque altro, avesse il diritto di provare emozioni come tristezza e paura, non solo per sé ma anche per sua moglie e sua figlia, con cui Douglas riuscì a metterlo in contatto attraverso delle lettere che portava avanti e indietro personalmente. Nonostante ciò, egli non cambiò mai idea sulle proprie scelte e, verso la fine del film, dopo aver rivisto tutto quello che era successo, gli fu chiesto se sostenesse ancora Hitler e lui rispose che non si sarebbe mai pentito di quello che aveva fatto. Così fu dichiarata la condanna a morte, ma purtroppo Göring alla fine del film riuscì a suicidarsi, ingoiando lo stesso veleno che usò Hitler per morire. Invece, riguardo a Douglas, nonostante le sue ricerche fossero indispensabili e importantissime, tentò di scrivere un libro, ma nessuno gli permise di pubblicarlo perché non era rivolto solo ai Nazisti: sosteneva infatti che tutto ciò che era accaduto poteva ripetersi non solo da parte dei tedeschi, ma anche da qualsiasi altra comunità, anche dalla propria.

In seguito, Douglas soffrì di stress e sensi di colpa, decidendo così di morire anche lui come Göring e Hitler, per fuggire da un mondo che ormai riteneva perso, per il semplice motivo che le persone non erano in grado di accettare la verità davanti all’evidenza o semplicemente facevano finta che non stesse accadendo nulla, mentre tantissime persone stavano morendo perché, come noi oggi, desideravano qualcosa che neanche adesso è presente ma a cui io credo, che si chiama “pace”.

Dal mio punto di vista, il film è stato favoloso. Più di qualche volta mi sono messa nei panni di Göring e mi è venuta la voglia che lui vincesse il processo, ma poi hanno mostrato delle immagini molto impegnative; da sottolineare che quella scena era un filmato reale, avvenuto veramente, che hanno deciso di inserire nel film perché sarebbe stato impossibile ricreare una scena che trasmettesse talmente tanta sofferenza da mettersi a piangere per quanto facesse male. Era talmente brutale che pure Göring si rifiutò di guardare, girando la testa da un’altra parte e chiudendo gli occhi.

Nonostante tutto, per la maggior parte del film non ho potuto fare a meno di pensare a come potessero sentirsi i Nazisti in quel momento.

La scena in cui furono impiccatti è stata orribile: li presero dalle loro prigioni e li informarono dell’impiccagione 15 minuti prima; tutti piangevano disperati. Li portarono davanti a questo altare con legata una corda, misero loro un sacchetto sulla testa e poi, di colpo, l’altare si apriva. Così avvenne per tutti loro.

Ho provato un profondo dispiacere per loro perché, nonostante la scena fosse finta, questo non era come tanti film basati sulla fantasia ma su fatti avvenuti davvero e penso che chiunque provi anche solo un minuscolo dispiacere, per il semplice motivo che erano delle persone.

Il finale è stato anche riflessivo perché Douglas afferma che la cattiveria e la fame di potere ci sono e non cesseranno mai di esistere ed è per questo che lui avrebbe voluto pubblicare il suo libro. Voleva trasmettere che, per quanto una persona possa comportarsi in maniera disumana, resta pur sempre una persona e, se tutto ciò può sembrarci lontano, in realtà è più vicino di quanto pensiamo.

Per concludere, ribadisco che aver scelto di partecipare al progetto mi insegnerà il vero significato della pace.

Dopo il primo incontro, sono riuscita ad avere una mente più aperta riguardo alla storia, che, fino al giorno prima, ritenevo impossibile o lontanissima; invece adesso la trovo più vicina di quanto mai avrei potuto immaginare. Sento che da questo corso potrò imparare molto, quindi faccio un grande ringraziamento ai docenti che sono riuscita a far parte della “Scuola di pace”.

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