ATTUALITA'

Ogni tramonto è una scommessa

Ali Dorbani

Ci sono luoghi in cui il tramonto non porta pace ma paura. Dove il cielo, che per noi segna la fine del giorno, per altri annuncia l’inizio dei bombardamenti. Dove nessuno sa se riuscirà a vedere la sera successiva.

Ogni giorno, tra le macerie di Gaza e delle città distrutte, ci sono famiglie che non sanno se potranno ancora chiamarsi così il giorno successivo. Bambini che imparano troppo presto a riconoscere il suono di un missile. Madri che contano i figli ogni mattina per paura che la notte ne abbia portato via uno. Padri che non hanno più una casa da difendere, perché ora è polvere.

Mentre il mondo continua a muoversi, loro vivono sospesi in un tempo che non scorre. L’acqua diventa un sogno, il pane un miracolo, la sopravvivenza un atto di resistenza quotidiana. Ogni numero che leggiamo, dieci, cento, mille, è un nome, un volto, un respiro. È una voce che non parlerà più, una  storia che non avrà un finale, e noi abbiamo il dovere di contarli tutti, di ricordarli tutti. Perché ogni vita cancellata e dimenticata è una doppia sconfitta: prima sotto le macerie, poi nell’indifferenza del mondo. I bambini di Gaza non conoscono la parola “normalità”. Non hanno mai sentito il rumore di un parco pieno, ma solo quello dei droni. Nei loro disegni non ci sono alberi e case, ma elicotteri e fumo. Eppure sanno ancora sorridere, anche quando non hanno più nulla. Un sorriso fragile, che resiste anche dove la speranza sembra impossibile. Molti non arriveranno vivi alla sera, e lo sanno. Vivono ogni ora come se fosse l’ultima, stringendo la mano di chi amano e pregando che quella mano resti calda ancora per poco. Ciò che per noi è routine, bere, dormire, mandare un messaggio, per loro è un privilegio che può svanire in un attimo.

E allora sì, bisogna dirlo: nessuno merita questo, nessuno merita di vivere nella fame, nella paura, nel suono costante delle sirene; nessuno dovrebbe chiedersi, ogni giorno, se  sopravviverà al tramonto. 

Questa non è politica, è umanità, è la verità di un popolo che chiede solo di vivere, e noi, che possiamo scegliere di ascoltare, di farci sentire, di parlare, per chi non può farlo, di agire in protesta, di alzare la voce per dire pace, e di ricordare tutti coloro che per anni ne hanno solo sentito parlare, per anni hanno passato dolore e sofferenza per la sola colpa di essere nella loro terra, noi dobbiamo ricordare. Contare ogni vita, ogni numero, ogni nome, perché finché anche una sola persona innocente sarà spenta nell’indifferenza, nessuno di noi potrà dire di vivere davvero in pace. Nonostante le parole di dialogo che si rincorrono, la realtà resta sospesa, fragile. Le condizioni per un vero cessate il fuoco sono ormai note: fermare la violenza, permettere l’accesso umanitario senza ostacoli e proteggere la vita di ogni civile.

La pace non è solo un accordo su carta, è la possibilità di tornare a vivere senza il costante timore che il cielo si oscuri di nuovo. Finché una sola vita continuerà a essere sacrificata nell’indifferenza, nessuno potrà dire di vivere davvero in pace e mentre alcuni hanno il privilegio di sperare, la speranza di chi vive nella paura non deve mai essere dimenticata.

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