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“Tratta di Stato”: i migranti diventano merce di scambio tra Tunisia e Libia

di Eleonora Errandi e Nicole Schirato

A poche centinaia di chilometri dalle coste europee succede qualcosa di terribile, ma di cui si parla troppo poco. Immaginate di essere fermati per strada solo per il colore della vostra pelle. Immaginate di essere privati di documenti, soldi e telefono e che vi portino con la forza in mezzo al deserto, al confine con un altro Stato.

È quello che sta accadendo ogni giorno a tantissime persone di origine subsahariana in Tunisia. A raccontarlo è lo “State Trafficking”, un rapporto di 71 pagine, curato da un gruppo di ricercatori anonimi e sostenuto da diverse organizzazioni, tra cui la ONG Sea-Watch: un’indagine che mette alla luce una vera e propria “tratta di Stato”, un sistema violento e sinistro alimentato da politiche di esternalizzazione e anche da finanziamenti europei.

Secondo le trenta testimonianze dirette e i dati satellitari, il viaggio inizia in Tunisia, dove queste persone vengono rapite, per poi concludersi nei campi di prigionia in Libia. L’arresto può avvenire anche in mare. I fuggitivi clandestini vengono intercettati dalla guardia costiera tunisina, la quale usa motovedette e jet-ski, finanziati come nel caso della Libia da fondi dell’Unione Europea. Molto spesso le barche vengono capovolte e i migranti lasciati annegare. La detenzione può durare fino a trenta giorni, nei quali i prigionieri subiscono veri e propri crimini contro l’umanità: detenzione arbitraria, discriminazione razziale, respingimenti collettivi, schiavitù, tortura, tratta e violenza di genere. L’orrore, però, non finisce qui: i migranti vengono poi legati con fascette e caricati di notte su autobus diretti alla frontiera libica, dove diventano “merce” da vendere o scambiare.

È importante evidenziare che questi trafficanti sono veri e propri funzionari di Stato: indossano una divisa in Tunisia o fanno parte delle milizie in Libia, nonostante sia giuridicamente un “crimine di Stato”. 

Arrivati alla frontiera (nella zona costiera tunisina nei pressi di ad Al Assah, sul lato libico), i migranti vengono “venduti all’ingrosso” per 40-300 dinari tunisini (12-90 euro) a persona.  Il pagamento può avvenire in denaro, hashish o carburante. Le donne hanno un valore di mercato più alto, rispetto agli uomini, basato sul fatto che vengono sfruttate anche dal punto di vista sessuale. Per uscire dalle strutture c’è un solo modo: pagare. I migranti hanno a disposizione un telefono per chiamare le loro famiglie, durante la chiamata vengono picchiati e torturati per spaventare i genitori, costringendoli così a mandare dei soldi il prima possibile attraverso sistemi di trasferimento di denaro anonimi. Chi non paga resta detenuto a tempo indeterminato o viene rivenduto ad altre prigioni,  utilizzato come lavoro forzato. Le transazioni di denaro vengono accordate per telefono ma anche attraverso la presenza di personale libico/tunisino alla frontiera.

La violenza è quotidiana e serve proprio a forzare il pagamento.  Solo quando la milizia vede l’incasso, decide di farli uscire, anche se il rischio di venire ripresi da un’altra banda è purtroppo molto alto.

Tutto questo dimostra come dietro la gestione dei confini si nasconda un’ingiustizia enorme, dove i diritti delle persone vengono completamente ignorati per guadagnare soldi. È assurdo pensare che nel mondo di oggi ci siano persone costrette a vivere tutto questo solo per cercare un futuro migliore, mentre chi dovrebbe proteggerle non lo fa o addirittura contribuisce a finanziarlo. È necessario un  cambiamento: le persone non possono continuare a essere usate e trattate come merce.

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