di Mattia Lo Re
Questo racconto per bambini ispirato ai copepodi, piccoli crostacei che popolano le acque del fiume Brenta, parla della storia di Pepo. Il protagonista si ritrova ad esplorare zone del fiume che non pensava esistessero ed incontra una miriade di creature sorprendenti.
La storia, ideata da Barbara Sarzo, ex docente di biologia del nostro istituto, è nata da un forte legame con il territorio. Queste le sue parole a riguardo: “Sono cresciuta a Curtarolo, un paese che ha il privilegio di essere accarezzato dal Brenta lungo tutto un confine, ma è la consistenza della sabbia a fare la differenza rispetto ad altri tratti. Questa particolarità ci permette di ‘abitare’ il fiume come un litorale estivo, creando un rapporto fisico e sociale con l’acqua. È una simbiosi profonda: un territorio ti appartiene davvero solo quando lo vivi, quando lo trasformi da semplice coordinata geografica a spazio di vita vissuta”.
Attraverso il suo doppio binario professionale di docente ed educatrice ambientale e osservando le espressioni di gioia e stupore dei bambini durante il prelevamento dei campioni dal fiume, si è resa conto che quei minuscoli esseri viventi erano molto di più che semplici crostacei, erano dei veri e propri personaggi con una storia da raccontare.
La scelta del protagonista non è affatto banale. In un mondo pieno di storie per bambini in cui le figure principali sono sempre grandi mammiferi o animali spettacolari, rendere un animale così piccolo l’eroe della storia è semplicemente straordinario. Essere in grado di dare la giusta importanza anche ad animali “invisibili”, continua la professoressa, “È fondamentale perché la biodiversità non è fatta solo di grandi animali spettacolari, ma soprattutto di queste creature minuscole che sostengono l’intero ecosistema. I copepodi sono i ‘motori invisibili’ delle nostre acque: se non impariamo a dare loro un nome e un valore, non potremo mai proteggere la biodiversità.
Far conoscere queste forme di vita meno note significa svelare il vero senso della natura: un incastro perfetto dove anche l’organismo più piccolo ha un ruolo insostituibile. Solo quando portiamo l’invisibile alla luce possiamo passare dalla semplice osservazione alla vera tutela e alla valorizzazione del nostro patrimonio ambientale. Non si può proteggere ciò che non si vede”.
La caratteristica principale di questo racconto è l’utilizzo di termini scientifici specifici per descrivere l’andamento della storia. E’ proprio questa una delle difficoltà incontrate dalla professoressa. Far comprendere termini tecnici a dei bambini ancora inesperti non è una cosa semplice, tuttavia, la docente non si è scoraggiata. Attraverso la strategia da lei applicata, quella del “gradino in più”, è riuscita ad integrare all’interno del racconto dei concetti precisi senza però appesantire la narrazione e senza rischiare di renderla noiosa.
Il racconto ha un secondo fine: far avvicinare di più i giovani ai temi della biodiversità. Questo il commento della prof.ssa a riguardo: “Avvicinare i giovani alla biodiversità oggi non è più un’opzione, ma una necessità strategica. Non si tratta solo di trasmettere un’attitudine allo sviluppo sostenibile, che armonizzi ambiente, società ed economia, ma di fornire loro gli strumenti per diventare cittadini informati e consapevoli. È fondamentale che i ragazzi conoscano le ‘regole del gioco’, ovvero le normative che proteggono il nostro territorio. Un esempio concreto è la V.Inc.A. (Valutazione di Incidenza Ambientale): capire come funziona questo strumento all’interno della Rete Natura 2000 — di cui il nostro fiume Brenta fa parte con il codice IT3260018 — permette loro di comprendere come vengono prese le decisioni pubbliche”.
Per la produzione del libro la docente è stata affiancata da altre due figure fondamentali: un’illustratrice e uno sviluppatore di software. Riuscire a essere professionali nonostante la distanza non è stato semplice. Fin da subito, continua la prof.ssa, “E’ emersa la necessità di una regia precisa. In qualità di referente scientifica, ho assunto il ruolo di coordinatrice: ho gestito le fasi di lavoro, i vari ‘meet’ e ho supervisionato ogni dettaglio. Dalle grafiche alle animazioni, fino ai simboli della realtà aumentata, il mio compito è stato garantire che ogni guizzo creativo o tecnologico rimanesse rigorosamente fedele alla realtà biologica”.
Da questa esperienza, ha imparato che la complessità della natura può essere raccontata in modi infiniti, ma solo se c’è un coordinamento forte che tiene assieme Scienza, Arte e Digitale.
Questi tre pilastri, su cui è incentrata la narrazione, hanno contribuito a fornire diverse competenze al libro.
La Scienza ha garantito il rigore e la coerenza nell’utilizzo di termini specifici e nelle illustrazioni.
L’Arte ha dato anima e colore ai dati attraverso la creatività, rendendo Pepo un protagonista indimenticabile.
La Tecnologia ha reso l’esperienza immersiva ed accessibile a tutti.
L’apporto dato dalla Tecnologia non è da sottovalutare: “La realtà aumentata trasforma la lettura in un’esperienza multisensoriale. Non si tratta solo di guardare uno schermo, ma di ‘immergersi’ letteralmente nell’ambiente fluviale: grazie a effetti visivi e sonori, il lettore può percepire quasi fisicamente la forza di una piena o i mutamenti del paesaggio. Questa tecnologia rende il contesto descrittivo estremamente reale, trasformando una pagina statica in un mondo vivo. Soprattutto per i più piccoli, la realtà aumentata agisce come un potente motore di curiosità e aspettativa: ogni capitolo diventa una scoperta, spingendoli a esplorare ciò che sta ‘oltre’ il testo e a connettersi in modo nuovo con la complessità dell’ecosistema”.
Se usata nel modo corretto può diventare un’alleata dell’educazione ambientale.
Una scelta forte è stata presa anche nell’ambito dell’editoria: è stato scelto il modello sostenibile. Il messaggio che si vuole dare è quello della scelta consapevole e del rispetto ambientale, sociale ed economico.
In conclusione, termina la professoressa, “Spero che chi legge Pepo chiuda il libro con una valigia piena di curiosità. Vorrei che i bambini avessero voglia di diventare piccoli esploratori, magari facendo una ricerca in autonomia o, meglio ancora, andando a camminare lungo le sponde del nostro fiume Brenta. L’obiettivo è trasformare lo stupore per un piccolo organismo in un sentimento più profondo: il rispetto. Vorrei che imparassero a guardare l’ambiente non come qualcosa di distante, ma come una casa comune da proteggere, comprendendo l’importanza vitale della Rete Natura 2000. In fondo, si protegge solo ciò che si impara a conoscere e ad amare…”.

